Teoria della Tecnica

La concezione semiotica e intersoggettiva della mente e della clinica alla base della PPSISCO fornisce la premessa e funziona come organizzatore della teoria della tecnica psicoterapeutica.

In estrema sintesi, la teoria della tecnica PPSISCO può essere descritta nei seguenti principi metodologici fondamentali.

Si fornisce una descrizione maggiormente articolata dei principi metodologici sopra riportati:

1. Rapporto tecnica – relazione

Il riconoscimento del carattere situato e intersoggettivo della mente porta a riconoscere i limiti di una visione meramente tecnicale dell’azione psicoterapeutica, vale a dire l’ipotesi di codificare i criteri tecnici trattandoli in modo invariante e indipendente dalla relazione, dal valore che acquistano entro la dinamica clinica interpersonale in cui sono attivati.

Di contro, si assume che i criteri tecnici – dunque i comportamenti del terapeuta che da tali criteri discendono – acquistano valore e significato in funzione del campo intersoggettivo entro cui si dispiegano. Da qui la necessità di connettere il saper fare dello psicoterapeuta alla sua capacità di analisi della dinamica relazionale (socio-affettiva) che media – in buona parte inconsciamente – il rapporto tra azione tecnica, domanda del paziente, condizioni di setting, scopi dell’intervento.

2. La domanda

La committenza che il paziente esprime nei confronti della psicoterapia (cosa chiede, perché, cosa si aspetta, cosa è disposto a fare) è il significante del suo desiderio. La domanda consiste nella peculiare, idiosincratica forma di simbolizzazione affettiva nei termini della quale il paziente modella il proprio desiderio. Se si vuole, la domanda è il “motore semiotico” della committenza, ciò che le dà la forma specifica che assume. In altri termini, la domanda è un processo di rappresentazione emozionale che costruisce il senso che il paziente attribuisce al contesto, dunque ai propri problemi, alla propria richiesta di psicoterapia, quindi al ruolo dello psicoterapeuta. In questo senso, la domanda va differenziata tanto dal bisogno che dalla richiesta.

Quando si parla di “bisogni” del paziente si tende a riferirsi a una condizione caratterizzata da specifiche carenze o comunque esigenze. In questo senso, se la “domanda” riguarda il modello simbolico proposto dal paziente, il “bisogno” descrive una caratteristica della realtà caratterizzante lo stato del paziente. Nel primo caso è in gioco il modo di rappresentare, nel secondo il contenuto della rappresentazione.

La distinzione tra “richiesta” e “domanda” si sviluppa su un altro livello. Ambedue questi concetti riguardano un processo di rappresentazione, un atto linguistico in senso lato. Ciò che cambia è il modo di decodificare tale atto. Quando noi trattiamo un evento linguistico come una richiesta, assumiamo come significato dell’evento stesso il suo contenuto. In altri termini, trattiamo l’atto linguistico nella sua valenza testuale di veicolo di un significato: come insieme organizzato di segni che rimandano a significati connessi alle parole in modo tendenzialmente vincolato, secondo regole sintattiche e semantiche socialmente condivise. La psicoanalisi, d’altra parte, sottolinea che è possibile un diverso e complementare livello di decodifica degli atti linguistici – e più in generale comunicativi: l’interpretazione simbolica. In questo caso la produzione linguistica che il soggetto propone nel momento in cui formula una richiesta non viene assunta nella sua valenza semantico/testuale (cioè, in quanto rimando ad un significato a sua volta riferito ad un oggetto/fenomeno dell’ambiente), ma nel suo valore di significante della simbolizzazione affettiva che sostanzia il modello di significato del paziente; in altri termini, in quanto significante della domanda.

Le dimensioni costitutive della domanda, le sue valenze in quanto modello simbolico, possono in definitiva essere ricondotte alle seguenti. Valenza semiotica: la domanda si basa ed invera l’interpretazione che il paziente (si) dà di sé in rapporto al proprio contesto, della crisi della propria decisionalità, delle prospettive di sviluppo. Valenza strategica: la domanda veicola una linea di azione – una strategia, appunto – che il paziente intende adottare ed in ragione della quale si rivolge al terapeuta. Valenza organizzativa: La domanda contiene e veicola una tesi circa la funzione del terapeuta. In questo senso, la domanda è anche una proposta di rapporto, una definizione di “regole del gioco” – un setting di lavoro – che più o meno esplicitamente il paziente propone al terapeuta. Valenza omeostatica: La domanda riproduce nel rapporto con il terapeuta il sistema di significati (i modelli simbolici, le forme di rapporto, gli schemi interpretativi) propri del paziente, dunque del suo rapporto con il contesto. In questo senso, la capacità della domanda di costruire ed alimentare la relazione con il terapeuta porta con sé l’inveramento – sostitutivo e surrogatorio – di quei modelli di rapporto che sono entrati in crisi nel contesto di vita del paziente. Se si vuole, attraverso la domanda il paziente cerca di creare un nuovo ambiente micro-sociale entro il quale possa percepire emozionalmente la capacità del proprio universo di senso di rendere prevedibile e comprensibile l’esperienza.

La valenza omeostatica della domanda segnala il carattere intrinsecamente paradossale dello scambio clinico. Si potrebbe dire che la domanda è per sua natura ambivalente. Da un lato è il riflesso del modo con il quale il paziente persegue il proprio sviluppo, si propone di incrementare la propria capacità di entrare in rapporto con il mondo. Allo stesso tempo, tuttavia, dal momento che i modelli simbolico-affettivi di rapporto che la domanda riproduce sono tendenzialmente disfunzionali (sono gli stessi che il paziente utilizza nella sua vita quotidiana, dunque alla base dei suoi problemi), essa si propone sempre in termini incompetenti: si costituisce come un fattore critico relativamente alla possibilità di un intervento efficace. Ciò significa che la domanda, nel momento stesso in cui si pone, per come si pone, genera le condizioni della propria negazione. Da qui la centralità della funzione di analisi della domanda

3. Pensare le emozioni

L’analisi della domanda è una nozione specificamente psicodinamica. In tale ambito “analisi” significa pensare le emozioni. Il termine analisi va dunque inteso come operazione volta a rendere pensabile la domanda.

Alla base del significato clinico dell’analisi – dunque dell’analisi della domanda – vi è il fondamentale assunto psicoanalitico che descrive la processualità mentale nei termini del circuito fantasia-pensiero-azione. Secondo questo modello, i processi di simbolizzazione affettiva tendono a tradursi immediatamente in agito, cioè in una condotta messa in atto dal soggetto. In questa prospettiva, il comportamento viene considerato come uno dei diversi sistemi di espressione a disposizione per significare il processo emozionale. Ad esempio, poniamo un soggetto che simbolizza il proprio interlocutore come amico (in termini analitici: come un oggetto buono); avrà molti modi di significare la relazione in ragione di tale fantasia: tramite il linguaggio, con un regalo, con un gesto, con la mimica. Si tratta di modalità ovviamente non alternative, che insieme definiscono una determinata configurazione di significanti: segni che stanno per un significato emozionale. Quale che sia il tipo di connessione (scarica motoria, relazione funzionale, semiotica…) che questa o quella teoria psicoanalitica pone alla base del legame tra fantasia e azione, è universalmente riconosciuta in campo psicoanalitico la tendenza delle simbolizzazioni affettive a tradursi in agito.

Il circuito fantasia-azione è espressione del processo primario, cioè del modo di essere inconscio della mente. Tuttavia, il soggetto ha a disposizione una funzione mentale per interrompere tale circuito. Tale funzione è il pensiero. Senza pensiero i comportamenti sarebbero agiti emozionali incapaci di orientamento allo scopo. E’, di contro, il pensiero che permette di inscrivere nel modo di funzionare inconscio i processi mentali che in qualche modo aprono la mente alla realtà. Per certi versi, la funzione del pensiero di incunearsi nel circuito fantasia-azione può essere concepita come una forma di assoggettamento dell’apparato psichico alle regole della realtà sociale.

Ci si può a questo punto chiedere: su quali leve può giocare il soggetto per attivare la funzione di sospensione dell’agito? Ebbene, il soggetto attiva un processo di sospensione nel momento in cui pone il proprio stato emozionale, la propria fantasia, il proprio desiderio, ad oggetto del processo mentale. Pensare, in questo senso, per il soggetto significa ri-presentare: trasformare in oggetto di discorso, e dunque mentale, il proprio stato mentale. In questo modo l’emozione accederà, invece che alla significazione agita, ad un diverso sistema di espressione (il linguaggio) rappresentabile e, quindi, con le opportune mediazioni, socializzabile; per tale ragione ulteriormente elaborabile in funzione dei riscontri di realtà.

Da questo punto di vista il sospendere l’agito è un’operazione di recupero di soggettività. Nel senso comune l’esperienza di sospensione dell’azione è spesso rappresentata e vissuta come frustrazione, come una limitazione (se sono arrabbiato con qualcuno debbo contare fino a dieci per non farmi prendere dalla voglia di…; so che non è civile, ma certo mi piacerebbe prenderlo a…). Ebbene, dal punto di vista psicodinamico sospendere l’azione significa, in definitiva, investire emozionalmente sul proprio processo di simbolizzazione. In altri termini, un soggetto pensa in senso analitico quando invece che proiettare all’esterno, in definitiva di liquidarla, mantiene dentro di sé l’emozione, ponendola ad oggetto del proprio pensiero. In questo modo il paziente dirige lo sguardo sul proprio modo di dare significato, piuttosto che sugli oggetti del mondo investiti da tale significato.

Volendo sintetizzare, pensare le emozioni è un processo in cui si richiamano ricorsivamente due funzioni:

• ri-presentare l’emozione, tradurla in un sistema di espressione convenzionale (si potrebbe dire, parafrasando Freud: mettere il digitale, laddove vi è l’analogico);

• esplorare nuove modalità di categorizzazione dell’esperienza, a partire dal riconoscimento della fallacia del senso di verità connesso al modo automatizzato di connotare l’ambiente

4. Le funzioni dell’analisi della domanda

La prima funzione dell’analisi della domanda è di tipo conoscitivo-diagnostico. Attraverso l’analisi della domanda lo psicoterapeuta può accedere ad una conoscenza del paziente e del suo contesto, dunque può formulare ipotesi sulla sua crisi, senza dover dipendere esclusivamente dalla descrizione che il paziente propone del proprio mondo.

La seconda funzione è di tipo organizzativo. L’analisi della domanda, nel momento in cui permette al paziente di ri-presentare ed avviare l’elaborazione del proprio modello simbolico, di cogliere in questo senso le connessioni tra problema, crisi del modello simbolico e committenza, favorisce un processo di sviluppo della competenza del committente/fruitore, che produce come risultato la costruzione di un setting di lavoro maggiormente adeguato alla situazione del paziente e ai suoi progetti.

Quanto appena detto permette di evidenziare anche la terza funzione dell’analisi della domanda: la funzione di intervento. Infatti, nel momento in cui l’analisi della domanda favorisce una rivisitazione ed una rielaborazione del modello simbolico fondante la committenza, essa non solo permette di costruire un setting di lavoro adeguato, ma è di per se stessa un modo per favorire lo sviluppo della capacità di pensare nel paziente.

Da questo punto di vista si può cogliere un’implicazione che dà ragione della peculiarità della metodologia dell’intervento che si sta presentando: una committenza competente non rappresenta un presupposto della psicoterapia, ma l’esito (non necessariamente terminale) del suo esercizio

5. La funzione metodologica della psicoterapia

La visione semiotica e intersoggettiva della mente come processo di significazione porta ad una concezione metodologica dell’obiettivo della psicoterapia, centrata sul passaggio dalla logica del recupero dello scarto da modelli di normalità alla logica dello sviluppo, intesa come acquisizione da parte del paziente di competenza a significare (i.e. capacità di interpretare il contesto, la propria implicazione in esso, dunque a riconoscerlo nelle sue componenti di risorsa).

In definitiva, la psicoterapia acquista il significato di un processo volto a potenziare la capacità del paziente di dare senso e di rapportarsi con senso alla propria soggettività, inscrivendo nella propria modalità di rappresentar(si) il riconoscimento della sostanza affettiva ed emozionale (inconscia) della propria (inter)soggettività.

Con una espressione, si può dire che nell’ottica della PPSISCO lo scopo della psicoterapia è di sviluppare presso i pazienti la competenza a pensare le emozioni, dunque ad esplorare e valorizzare le componenti marginali dell’esperienza – quelle dove in genere sono reperibili le risorse innovative di senso che alimentano progettualità e benessere.

6. Il processo psicoterapeutico come dinamica semiopoietica

Il modello metodologico della psicoterapia si connette ad una visione del processo terapeutico come spazio dialogico, al contempo: luogo, oggetto e strumento della pratica intersoggettiva di co-costruzione di significati.

La partecipazione a tale pratica semiopietica (i.e. pratica di produzione di significati), con la sistematica possibilità di riflettere su di essa, è concepita come la leva fondamentale dello sviluppo da parte del paziente di forme competenti di significazione dell’esperienza.

La PPSISCO concepisce quindi la psicoterapia come un campo dialogico: l’occasione entro e grazie alla quale il paziente può riconoscere i significati che per altri versi co-costruisce nello scambio con il terapeuta.

Viene dunque accantonata l’idea dell’analista “specchio”, osservatore neutrale che si limita a riflettere oggettivamente le caratteristiche della modalità relazionale del paziente; al contrario, la relazione terapeutica viene riconosciuta come bidirezionale; ad essa concorrono ambedue gli attori che vi partecipano.

In questa prospettiva, il setting assume il valore di luogo-momento narrativo, contesto per mezzo ed in ragione del quale terapeuta e paziente producono memorie e si raccontano storie: verità la cui validità non sta nella rispondenza ad una realtà esterna (relativa al passato del paziente), ma nella capacità di veicolare senso. Il che in altri termini significa che i discorsi proposti dal paziente nel corso dell’analisi sono concepiti come atti semiotici: interpretazioni dell’esperienza, emergenti dalla negoziazione di significati, che si realizza (in parte sul piano conscio, in parte su quello inconscio) nel rapporto con il terapeuta.

In definitiva, si indebolisce e passa in secondo piano la dimensione referenziale (il riferimento alla realtà fattuale – presente e/o passata, interna e/o esterna) ed acquista rilievo la dimensione attuale e simbolica; in altri termini, il discorso del paziente, e più in generale lo scambio clinico, viene approcciato in quanto significante del campo intersoggettivo in atto nel momento presente.